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Litigi d’amore

Tutti ci sentiamo sollevati quando l’amore resiste al primo litigio furioso.

Anzi, di solito, in simili circostanze, si fa l’amore. Celebriamo così la nostra forza, la capacità cioè, non tanto di evitare l’aggressività, quanto di viverla e oltrepassarla in nome dell’amore.

Chi ama davvero, infatti, non può impedire a se stesso di esprimere l’ambivalenza del suo sentimento. Amore e odio sono indissolubili, e l’aggressività è il naturale riflesso del pericolo in cui ci sentiamo quando amiamo, quando sentiamo il potere enorme che l’altra persona ha su di noi.

La nostra vulnerabilità è direttamente proporzionale alla profondità dell’amore che proviamo.

Litigare è un bisogno. Nasce dal desiderio di riscattarci dalla dipendenza verso l’altro, che sentiamo lesiva della nostra dignità. La natura più vera della passione è proprio questa dipendenza inaccettabile. Urlare, discutere, arrabbiarsi è il modo in cui diciamo al nostro interlocutore che non ci può mettere sotto i piedi, che non può fare di noi quello che vuole, che non siamo al suo servizio. Ma il risultato finale è l’inevitabile resa, la constatazione che, comunque, qualsiasi dichiarazione o minaccia abbiamo fatto, non possiamo fare a meno di lui.

Così, riscattati nella nostra dignità, confermati nel nostro sentimento e nella sua reciprocità, possiamo fare un altro po’ di strada insieme.

A causare i litigi non sono mai le ragioni dichiarate. La violenza delle accuse, la loro assoluta mancanza di plausibilità, che si esprime nelle forme del sempre e del mai, indicano che alla base non c’è odio ma, al contrario, troppo amore.

I litigi nascono, infatti, dalla scoperta di non avere altra scelta che correre il rischio di amare così, ma ciò che li alimenta è capire che l’altro è capace di sopportare le nostre urla, che possiamo cacciarlo e che minaccia di andarsene via ma, invece, non si muove. Mettiamo così alla prova, fino in fondo, la capacità di sopravvivenza del legame e godiamo del fatto di essere usciti incolumi dalla tempesta.

Continuiamo a identificarci con la parte razionale di noi stessi, quella ben educata. Ma l’ira non risponde alla ragione, risiede nella pancia e possiede la stessa carica elettrica del sesso, a volte ne è il preludio, a volte il surrogato.

La scenata è inconseguente quanto può essere un godimento contro natura, un piacere scevro dal pericolo di fare dei figli. Nasce da una differenza di tensione, è elettrica. Non ha un oggetto specifico e, se lo ha, si perde subito. Non ci sono limiti alla sua durata, può espandersi all’infinito. Di solito cessa per stanchezza di entrambi i partner(uno solo non è sufficiente), per il sopraggiungere di un estraneo, oppure per la trasformazione dell’aggressività in desiderio. Nessuno ha il potere di contenere una scenata. Eppure tutti sognano di avere l’ultima parola. Essere l’ultimo a parlare, concludere, significa dare un destino a tutto ciò che si è detto, significa avere una posizione di predominio.( Frammenti di un discorso amoroso di R.Barthes

I litigi d’amore ruotano su se stessi e non portano a niente, servono, semmai, a confermare l’esistente. Solo che, come tutte le cose, si trasformano nel tempo. A volte, se l’amore c’è ancora, anche se un po’slabbrato, cambiano di tonalità, ma la sostanza resta sempre la stessa.

In un racconto di Goffredo Parise, Pazienza, Primavera, due amanti si incontrano sotto una pensilina per mettere fine a un brodo troppo lungo, non hanno più nulla da dirsi, la storia è finita. Lui paziente e dimesso, lei una o tutto o niente. Le parole sono le stesse che usano tutti gli innamorati: lui le dice rimaniamo amici e che non la tratterrà, perchè ha diritto alla sua libertà, lei risponde che però deve essere lui a lasciarla così, dopo poco, non ci penserà più. Lui pensa che lei, con il tempo, ingrasserà, e glielo dice, lei si indigna, lo insulta a sua volta, piange, si dice stufa di tutto. Dice di andare via, ma si accende una sigaretta. Rassicurato da questo gesto che rivela in lei la volontà di restare, lui le dice che deve abituarsi, la vita è così, tutti gli esseri sono abitudinari, ma lei non vuole abituarsi e continua a sperare che un giorno tutto possa cambiare. La discussione gira a vuoto, procede lenta, e lascia i protagonisti nel punto esatto in cui erano partiti, ancora insieme.

Come le immagini della polaroid che appaiono e si colorano solo dopo un paio di minuti, la banalità gli apparve una cosa da non buttar via, anzi bella, anche più bella con l’abitudine.

Litigare conferma l’amore e il silenzio che si deve temere. Sono le coppie che a furia di chiamarsi amore e tacere i contrasti, di colpo, un giorno, scoppiano, per eccesso di bugiarda felicità.

Allora ben altri litigi subentrano ai silenzi e diventano vere e proprie scatole nere di amori ormai precipitati.

 

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Informazioni su
Alessandra Pennetta

Mi chiamo Alessandra Pennetta, sono un'insegnante di Storia e Filosofia, divorziata, fidanzata. Ho due figli di 17 e 21 anni, una madre ottantenne, un bassotto pelo ruvido. L'idea di fare un blog nasce dal piacere di comunicare, di dare e ricevere consigli, di stare al mondo con una postura nuova, affrontando gli eventi in modo attivo, tonico, personale.

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