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Contro ogni logica

La cosa più difficile da trovare nei legami amorosi è l’amore.

Pensiamo che amare significhi desiderare. Pensiamo che l’amore sia l’unico modo di ritrovare noi stessi, di realizzare il nostro sè più profondo. L’amore diventa così indispensabile e, al tempo stesso, impossibile. Non è l’altro che cerchiamo, infatti, ma sempre e solo noi stessi. E se l’amore, per sua natura così instabile, viene vissuto in modo così assoluto, come unico luogo in cui essere autentici, appare evidente che costruzione e distruzione, entusiasmo e disperazione, realizzazione e perdita di sè avvengano insieme, indissolubili.

E’ difficile far comprendere il linguaggio dei sentimenti a chi crede esistano solo le emozioni e la passione. Conosci bene le emozioni, intense e brevi increspano la superficie e poi esplodono, lasciando un vuoto che va riempito con dosi di adrenalina sempre più forti. Conosci meno bene i sentimenti, lenti e noiosi, esposti ai venti della vita, eppure capaci di durare. (M.Gramellini)

Tutti sappiamo che il desiderio si nutre di novità, di mistero, di pericolo. Nasce dall’idealizzazione della persona amata, di cui ci innamoriamo fantasticando, e si infrange sul tempo, che lavora a favore della realtà e produce disincanto. L’amore garantisce tenerezza e intimità ma non prevede il rischio, l’ignoto che alimenta la passione. La passione produce ebrezza, emozioni intense, ma non consente la profondità della relazione.

L’amore cerca durata e continuità, che è proprio quello che il desiderio rifiuta.

Il desiderio non si lascia catturare da alcuna logica, è un gioco privo di regole e dall’esito incerto. Anche quando sembra ripetersi non diventa mai continuità, resta evento, che irrompe e distrugge l’ordine costituito, ignora lo scambio sotteso ad ogni relazione amorosa, è sempre un rapporto unilaterale, nel senso che c’è sempre uno che prende dall’altro.

Usami ti ho detto, dimentica chi sono, questo è un corpo di donna, puoi usarlo. E’ questo il sesso, uno spazio vuoto, una stanza impersonale in una città sconosciuta. Un segno in un alfabeto che nessuno conosce fino in fondo. Usami ti ho detto quella prima notte. Ma tu non hai capito. Era di sesso che parlavo e tu hai capito la vita, tutto quanto, prendi e usa tutto quello che ti serve. Ma non è così che si fa. Questo non si può offrire mai a nessuno. E anche quando lo facciamo, è una bugia detta sottovoce, anche a noi stessi. (S. Vinci)

La passione fa parte dell’amore ma non è amore. E’ un’attrazione violenta che fa superare i limiti, che ci porta a conoscere le nostre zone d’ombra, quello di cui siamo capaci. Ci fa camminare sull’orlo di un abisso, rischiare di perderci, ma l’altro, in tutto questo, è solo un pretesto, tanto più forte quanto più ignoto e immaginato. Stendhal diceva che la passione non è cieca, è visionaria. L’altro deve rimanere sconosciuto.

Nel film di Bertolucci L’ultimo tango a Parigi, l’ossessione erotica si nutre dell’anonimato, e si infrange proprio sul bisogno del protagonista di sapere di più sulla sua amante. Anche la scelta di ambientare tutto in un interno svela la dimensione totalmente mentale e visionaria tra i protagonisti. Non si dicono i loro nomi. Non si parlano nemmeno. Si accoppiano più volte, in modo animalesco, e tanto basta.

Un bisogno di possedere l’altro, non di conoscerlo. Un bisogno che si esaurisce con il possedere, un bisogno che per proiettare sull’altro tutto il proprio tormento inconscio, non deve sapere nulla.

Nel libro Il Danno di J.Hart, storia di una passione distruttiva tra un cinquantenne e la fidanzata del figlio, è evidente questa dinamica di proiezione e immaginazione. Una fuga dal quotidiano, una ricerca nella passione della propria autenticità, che si sente perduta nei ruoli sociali che ci si è costruiti negli anni, ruoli che, all’improvviso, sembrano una coercizione voluta da altri.

 Recitavo le parti che mi venivano richieste. La mia vita era una rappresentazione. Per un attimo avevo incontrato una come me, un’altra della mia specie. Ci eravamo riconosciuti. Mi ero sentito a casa mia. Ero come un viaggiatore sperduto, in un paese straniero, che sente, ad un tratto, non solo la sua lingua natia, ma il dialetto che parlava da bambino. Non si chiede se la voce è di un amico o di un nemico, si precipita verso quel suono che gli ricorda la sua casa. La mia anima si era gettata su Anna Barton. Del suo corpo non ho molto da dire. Non potevo sopportarne la mancanza. Il piacere era incidentale. Mi gettavo su di lei, come sulla terra. Costringevo tutte le sue parti ad alimentare il mio bisogno. Affamato, la tenevo a distanza, afferrandola per i capelli, roso di collera all’idea che potevo avere ciò che volevo. Ad ogni incontro un’unica certezza, la mia vita era finita nell’istante in cui l’avevo vista per la prima volta, come un acido si spandeva sugli anni che mi stavano alle spalle, distruggendo tutto.

Nessuno è disposto a giocare tutto se stesso nel fascino dell’ignoto, perchè, anche per avventurarsi, bisogna partire da un luogo che mi dia il senso del da dove vengo e dove posso, un giorno, ritornare.

Non è la passione che si trasforma e muore nella quotidianità, siamo noi che la rendiamo quotidiana e familiare, spegnendola, perchè ne abbiamo paura, per creare un nido e difenderlo. Allora, per amare, dobbiamo conoscere l’altro, accogliere e sentirci accolti, costruire e progettare il futuro. Abbiamo bisogno di continuità e di certezze e facciamo un grande errore di valutazione.

La sicurezza, infatti, è una nostra fantasia tanto quanto la passione. Pensiamo di conoscere chi amiamo così bene da non desiderarlo più. Fotografiamo la nostra vita insieme come un’immagine immutabile e prevedibile di cui ci annoiamo molto presto. Ci sentiamo prigionieri di una costruzione affettiva cristallizzata, che abbiamo voluto noi, e dimentichiamo che la vita è cambiamento continuo. Illusi di essere gli unici detentori di una vita interiore tormentata, gli unici ad aver diritto alla felicità e alla realizzazione di noi stessi, non vediamo chi ci è accanto se non come l’immagine stereotipata in cui lo abbiamo recluso, e non come un essere sempre nuovo, che non conosceremo mai fino in fondo, imprevedibile e desiderabile nel suo mistero.

 

 

 

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Informazioni su
Alessandra Pennetta

Mi chiamo Alessandra Pennetta, sono un'insegnante di Storia e Filosofia, divorziata, fidanzata. Ho due figli di 17 e 21 anni, una madre ottantenne, un bassotto pelo ruvido. L'idea di fare un blog nasce dal piacere di comunicare, di dare e ricevere consigli, di stare al mondo con una postura nuova, affrontando gli eventi in modo attivo, tonico, personale.

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