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Il paradosso della disabilità

La forza non deriva dalle capacità fisiche, ma da una volontà indomita. (Gandhi)

Stephen Hawking, astrofisico di fama mondiale, è scomparso all’età di 76 anni. Aveva 21 anni quando gliene diedero appena due di sopravvivenza a causa della Sla, una malattia degenerativa altamente invalidante. Eppure è diventato uno dei più grandi scienziati a livello mondiale, con una vita privata intensa, due matrimoni e tre figli.

Il consiglio che voglio dare alle persone disabili è di concentrarsi sulle cose che la disabilità non impedisce di fare bene e di non rimpiangere ciò che non si riesce a fare. Non siate disabili nello spirito come nel corpo.

La disabilità, nel pensiero corrente, è associata al fallimento, alla dipendenza, all’incapacità di fare le cose.

Ci dispiace per i disabili, perchè immaginiamo quanto possa essere triste esserlo, eppure ci sbagliamo.

Le persone con disabilità sostengono molto spesso di avere una buona qualità della vita, talvolta superiore a quella dei normodotati. E’ questa la provocazione o meglio il paradosso lanciato da un sociologo, Tom Shakespeare, paralizzato a causa di una malattia genetica, nel libro Disabilità e società. Diritti, falsi miti, percezioni sociali. In una visione relazionale della disabilità non ci sono casi impossibili, se la logica non è quella della prestazione bensì della connessione con il contesto familiare e sociale.

L’essere umano può essere felice anche se mancante della vista, se non cammina o se dipende in tutto da un altro. E questa felicità non deriva dal non aver provato nulla di meglio.

Il segreto della serenità dei portatori di handicap sta nel loro dare il giusto peso alle cose. Saper trovare la gioia nei rapporti umani e nella costruzione di una quotidianità piena e appagante.

Un essere indipendente dagli altri inevitabilmente cade nell’indifferenza o nella malizia: è il sentimento della nostra dipendenza rispetto agli altri che ci fa inclinare verso la gentilezza. (D’Holbach)

La consapevolezza della mutua dipendenza e interdipendenza dovrebbe essere considerata il fondamento di tutte le nostre qualità umane e sociali. Cresciuti con il mito dell’indipendenza e dell’esercizio di un’autonomia intesa come controllo totale sulla propria vita, facciamo fatica a considerare la vulnerabilità come un elemento positivo della nostra esperienza.

Possiamo essere perfetti in un corpo allenato, colti, eleganti, produttivi eppure essere infelici, incapaci di ascolto e di relazione. Non accettiamo il nostro corpo, la nostra età, il lavoro, i rapporti amorosi o sociali perchè crediamo che essere felici significhi realizzare desideri, che formuliamo senza nessuna attenzione alla loro possibilità di realizzazione. Ci manca, molto spesso, quella giusta misura, quel senso del limite che Aristotele considerava condizione necessaria della felicità.

La propensione alla felicità è accessibile a qualsiasi essere umano a prescindere dalla ricchezza, dalle capacità intellettuali, dalle sue condizioni di salute. Essa proviene dall’accettazione di se, che è fonte di energia positiva per quanti ci vivono intorno. Un dovere etico, che Nietzsche ha sintetizzato nell’aforisma Diventa ciò che sei.

Disabile è chi non sa essere felice e chi non genera felicità intorno a sè. (M.Scardovelli)

E’ questa la grande lezione di Hawking: senza imperfezione nè io nè voi esisteremmo.

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Informazioni su
Alessandra Pennetta

Mi chiamo Alessandra Pennetta, sono un'insegnante di Storia e Filosofia, divorziata, fidanzata. Ho due figli di 17 e 21 anni, una madre ottantenne, un bassotto pelo ruvido. L'idea di fare un blog nasce dal piacere di comunicare, di dare e ricevere consigli, di stare al mondo con una postura nuova, affrontando gli eventi in modo attivo, tonico, personale.

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