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Tornare insieme che senso ha

Sull’amore Platone ha detto tutto. A lui dobbiamo l’idea che deve esserci da qualche parte la nostra perfetta metà, che l’amore consista nell’eterno inseguire chi non abbiamo, o chi abbiamo perso, e si fondi, inesorabilmente, su una mancanza. Così ci si scopre follemente innamorati solo quando l’altro non ci vuole più. E non è necessario che questa consapevolezza nasca quando veniamo lasciati. Anche se a lasciare siamo stati noi, vedere il nostro ex felice può risvegliare sentimenti che si credevano finiti.

Eppure se è vero che l’amore può nascere a prima vista, non muore con altrettanta velocità. Ci vuole tempo per realizzare la fine di un sentimento, per superare il dubbio di non trovare un’alternativa migliore, per svincolarsi dai sensi di colpa. Ci vuole tempo anche perchè, il più delle volte, si spera che, non facendo niente, sia l’altro a scegliere per noi, togliendoci dall’impasse. La fine di un amore è sempre preceduta da dialoghi inconcludenti, da frasi lasciate a metà, da parole stanche. Una volta che uno dei due comincia a perdere interesse, non c’è niente che l’altro possa fare per arrestare il processo. Malumore, broncio, eccessi di pianto, tentativi di ingelosirlo, non possono costringere a ri-amare chi non ama più. Ci si lascia, alla fine, quando tutto ormai è stato detto, consumati da confronti estenuanti, sfiniti da un’insofferenza che sconfina nell’odio, o, anche peggio, in una arrogante pietà.

Perchè allora dovremmo credere possibile la rinascita dell’amore?

Se è vero che l’amore è una costruzione dell’uomo che idealizza e trasforma la realtà delle cose, dandole una forma e un senso che non ha, ma che lui desidera che abbia, si comprende che non è così impossibile dedicare il proprio tempo alla riconquista di un amore perduto, anche quando l’evidenza ci consiglierebbe una rapida archiviazione. Il tempo, in questi casi, non aiuta, perchè il ricordo dell’amarezza della fine lascia spazio alla nostalgia della felicità dell’inizio. La rimozione delle motivazioni che hanno portato al consumarsi del rapporto rende possibile anche il rimpianto per situazioni dolorose, a volte umilianti. Continuiamo ad immaginare l’altro come l’unico al mondo che possa completarci e sogniamo di riaverlo con noi, sottraendolo, magari, a chi ce l’ha rubato, o cercando, semplicemente, di interessarlo nuovamente.

Maestra di seduzione la marchesa di Merteuil, delle Relazioni pericolose, suggeriva le tecniche di riconquista dell’amante perduto. Controllare le proprie emozioni, fingere indifferenza, mostrarsi fresca e felice, interessata ma imprevedibile, comprensiva e leggera. Allontanare il ricordo del passato lamentoso, il richiamo alle responsabilità, ai sensi di colpa, che chi crede di avere la sicurezza di un rapporto stabile esercita sul proprio partner, inducendolo alla fuga.

Quello che il romanzo non racconta è ciò che accade una volta tornati insieme sull’onda di questa recita ben fatta. Perchè se l’unico movente che ci muove è non sopportare l’idea della perdita, se l’unico sentimento che siamo capaci di sentire è quello che si nutre di mancanza ed è frutto della nostra capacità di idealizzazione, la nostra impresa andrà incontro ad un sicuro fallimento al primo impatto con la realtà.

Chi si è dedicato alla riconquista dell’amato, magari fingendo a lungo, per strategia amorosa, di essere cambiato, di essere un altro, una volta portata a casa la vittoria, vuole solo rilassarsi e pretende una ricompensa per lo sforzo titanico che ha compiuto. Pensa di dover ricevere delle scuse, se è stato tradito e lasciato, di non doversi scusare e di riprendere il rapporto come se niente fosse accaduto, se a lasciare è stato lui. Tutti vogliono tornare ad essere se stessi dopo aver mentito, e non vedono l’ora di rientrare in quella zona confort che i rapporti consolidati rappresentano.

Tornare insieme, però, ha senso solo se la strategia della riconquista lascia spazio ad una seria analisi di ciò che ha portato alla fine del rapporto, ad una reale capacità di cambiamento, ad una volontà di reinventarsi e di progettare di nuovo insieme. Diversamente, passato l’entusiasmo dell’essersi ritrovati, si ricadrà nelle stesse dinamiche e ci si lascerà nuovamente.

A volte, per mettere la parole fine, è necessario proprio tornare insieme, consentendo al sentimento residuo di consumarsi definitivamente. Niente, infatti, come tornare in un luogo che conosciamo bene e che appare immutato, ci dà la misura del nostro cambiamento, di quello che ormai non vogliamo più.

A volte si torna insieme perchè non si trova di meglio o per solitudine. Stare insieme diventa in questi casi un porto sicuro dove riprendere le forze, ma arriverà sempre il momento di ripartire alla ricerca di nuove entusiasmanti avventure.

Ci vuole molto coraggio per cercare di riparare ciò che si è rotto. I giapponesi utilizzano materiali pregiati per far risaltare le riparazioni di un vaso, così che le venature dorate lo rendano più bello di un vaso nuovo. Una visione apparentemente ottimistica delle relazioni ma al contrario realistica, perchè in una vita insieme le venature, dorate e non, saranno comunque tante e inevitabili. Il problema non è avere la maturità di convivere con la delusione di avere un vaso riparato, ma quanto quella delusione ha consumato il nostro sentimento.

Tornare insieme ha senso quando lasciarsi è stata un’interruzione, non importa se di mesi o di anni. Quando cioè un rapporto non è ancora decollato, perchè non era il momento giusto per uno o per entrambi, quando tutto è ancora da fare, tutto sembra comunque nuovo. Quando invece ci si è lasciati faticosamente, dopo una lunga crisi che magari ha dato inizio a nuovi amori, tornare insieme può essere molto complicato, o perchè ci si ritrova completamente estranei, o perchè, viceversa, si torna a riprodurre la dinamica relazionale già nota, quell’assunzione di ruoli, ormai immodificabile, che è già fallita in partenza. Certi vasi, è inutile negarlo, li aggiusti solo lasciandoli andare.

Non si guarisce mai da ciò che manca. Ci si adatta. Ci si racconta altre verità. (M.Mazzantini)

 

 

 

 

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Informazioni su
Alessandra Pennetta

Mi chiamo Alessandra Pennetta, sono un'insegnante di Storia e Filosofia, divorziata, fidanzata. Ho due figli di 17 e 21 anni, una madre ottantenne, un bassotto pelo ruvido. L'idea di fare un blog nasce dal piacere di comunicare, di dare e ricevere consigli, di stare al mondo con una postura nuova, affrontando gli eventi in modo attivo, tonico, personale.

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