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Ricordati di dimenticarmi

E non ti sembra assurdo, quando il cielo è limpido e azzurro, e mi piacerebbe tanto giocare, dover andare a dormire di giorno?

Una persona impiega anni per diventare quel che è, sviluppando il proprio talento, imparando dalle delusioni della vita, diventando maturo, una creatura unica, e poi scopre che è capace solo di morire. E anche se la vita è stata lunga e intensa, non si muore di aver vissuto, non si muore di vecchiaia. Si muore sempre di qualche cosa. E ogni morte, anche quella conosciuta e attesa è sempre un’indebita violenza.

Nessuno muore sazio della vita, convinto che non ci sia più nulla da risolvere, che tutto sia compiuto. L’uomo vecchio può essere stanco ma mai sazio. Della vita cogliamo sempre una parte mentre tanto ci sfugge, c’è sempre tanto oltre noi, qualcosa di mai definitivo. Per questo la morte è sempre un accadimento assurdo.

Il cuore non è mai sazio, anche se il corpo è stanco. L’eros diventa totale quando smette di essere genitale, e cessando di avere altri fini si comprende il senso dell’amore fine a se stesso. Si ama sempre e ancora di più quando si sta per morire.

Viviamo tenendo emozionalmente lontana la coscienza della nostra finitezza. Poi la morte di una persona cara irrompe nel nostro quotidiano fermando il tempo. E’ così che una lunga vita somiglia, improvvisamente, a un’inutile attesa. Un Aspettando Godot, un falso movimento, che lascia tutto dove è, e non avanza di un passo. I ricordi si contraggono e il tempo si annienta dietro quelli che lasciano questo mondo.

Tutto, dopo la morte di una persona cara, assume un diverso aspetto, e nello stesso tempo si tenta di mantenere ogni cosa uguale a prima. A volte si riesce a fermare il tempo e a vivere in un giardino incantato, fatto di ricordi e di presenze rinverdite.

La morte è un evento che separa ma, contrariamente alle apparenze, il tempo si ferma. La separazione effettiva avviene molto lentamente. Nella perdita è frequente il rifiuto inconscio degli eventi, l’autoinganno, che porta a cercare delle vie di contatto. Per lo stesso motivo si visita la tomba e la si tiene con cura, si parla con le fotografie, si continua ad attendere.

Poi, ad un certo punto, diventa fondamentale prendere le distanze dal morto, lasciarlo andare.

Inarrestabile è la bilancia tra la memoria e l’oblio, tra l’accogliere, il trattenere, il dare spazio.

Gli antichi  greci consideravano la memoria un grande utero che accoglieva e preservava i valori della vita, ma stessa importanza attribuivano all’oblio, Lete, la cui sorgente collocavano, non a caso, nei pressi dei campi Elisi, dove dimoravano dopo la morte coloro che erano amati dagli dei. E per coloro che non riuscivano a dissetarsi il tormento eterno era una sicura garanzia.

Memoria e oblio hanno funzioni simili al flusso del mare, dove un’onda che va è sempre seguita da un’altra in arretramento.

La memoria è soprattutto un fatto fisico: è sempre il corpo a ricordare. Sono le esperienze olfattive e sonore che portano a galla gli antichi vissuti. La memoria non è un semplice esercizio della mente ma è una funzione totale dell’essere.

Non ci si può liberare consapevolmente della memoria e dei ricordi ma, lentamente, l’oblio interviene a salvarci a consentirci di continuare a vivere senza coloro che amiamo, a superare lo strazio della loro assenza. A lasciare spazio al nuovo senza mai negare il passato.

Nell’esperienza della perdita dopo una prima fase di incredulità, di negazione della realtà, subentra la rabbia, poi l’accettazione attraverso l’interiorizzazione dell’altro, che diventa il nostro interlocutore ideale, infine la necessaria separazione, la necessità di riprendersi ciò che si era delegato, di organizzare un nuovo senso della vita, basato su regole diverse non più condivise.

In ogni uomo che muore muore con lui, la sua prima neve, il primo bacio, la prima lotta. Non muoiono le persone ma i mondi dentro di loro.

E quando quel mondo che muore è anche il tuo, quello che hai condiviso, magari per decenni, muori un po’ anche tu, e devi fare la grande fatica di dimenticare e ricordare, di lasciare e di trattenere, di elaborare e reinventare. Memoria e oblio per rinascere ad una nuova vita.

Esiste in noi un singolare tipo di memoria, una memoria immemorabile e per questo mai intenzionale di felicità. una memoria non collegata ad un momento definito nel tempo ma sospesa: un luogo di soddisfazione e pienezza che abbiamo abitato con qualcuno che abbiamo tanto amato. Da questo luogo senza tempo si può uscire, a volte si deve uscire, ma è un luogo che non ci abbandona mai.

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Informazioni su
Alessandra Pennetta

Mi chiamo Alessandra Pennetta, sono un'insegnante di Storia e Filosofia, divorziata, fidanzata. Ho due figli di 17 e 21 anni, una madre ottantenne, un bassotto pelo ruvido. L'idea di fare un blog nasce dal piacere di comunicare, di dare e ricevere consigli, di stare al mondo con una postura nuova, affrontando gli eventi in modo attivo, tonico, personale.

3 Commenti

  • 13 Aprile 2018 alle 13:13
    Alessandra Lupo

    Bellissimo

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  • 13 Aprile 2018 alle 17:14
    Sergio

    Complimenti, mi permetto di dirti che è un testo molto bello, interessante e coinvolgente. Concetti semplici condivisi, ma che restano nella profondità della coscienza. Bello leggerti

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  • 17 Aprile 2018 alle 11:01
    Luca

    Lei c’era e non la consideravo, non vedevo l’ora che finisse perché l’amavo ma sapevo già che sarebbe finita…Un anno e mezzo insieme…Lei più giovane di 15 anni e lavorava giorno e notte aveva solo il pomeriggio liberi, io invece le tenevo suo figlio mentre lavorava…potevano stare insieme tre solo il pomeriggio ed io che facevo negli ultimi tre mesi me ne uscivo andavo al bar…Ora lei se n’è andata…Se n’è anata a 1000 km con un altro…Mi ha detto: che gli hanno detto se il nonnino (io) la soddisfava ..Lei ha detto di no ovviamente e si stanno vivendo la passione e il loro amore …Io alla fine le stavo lontano xche sapevo che sarebbe finita, non lavorando mi sentivo in colpa…Anche xche amare bisogna sentirsi con la coscienza a posto…x soddisfare bisogna essere soddisfatti…Lei alla fine mi accennava del bisogno di coccole, avevo capito che c’era qualcuno che l’adulava…Mi disse:tu mi perdi e non fai niente…e non ho fatto niente, non potevo darle un futuro x lei e suo figlio…e mi sono tirato indietro. …Ora che non c’è più sono davvero morto, un morto che cammina, avrò perso 20 chili…davvero mi manca come l’aria…avrei dovuto amarla ma sapevo già che l’avrei persa, forse volevo difendermi da questo dolore …ma vivo ugualmente un dolore e una solitudine immensa…

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