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Non essere più nessuno

Vivere è faticoso. La quotidianità comporta una continua ridefinizione di se stessi in relazione alle attese degli altri, l’inserimento nel tessuto sociale ci impone riti, regole, responsabilità. Dobbiamo essere all’altezza, il tempo corre veloce, senza tregua.

Non possiamo fermarci, ma possiamo ingannare questa richiesta di presenza costante a noi stessi e al mondo, e lo facciamo attraverso la sottile formula del disimpegno. Quando la pressione è troppo alta entriamo in modalità silenzioso. I rumori del mondo ci arrivano attutiti, lontani, altro da noi. Viviamo in mezzo agli altri con una certa indifferenza, una sorta di educata non attenzione. Il legame con gli altri, d’altronde, non è più vincolante, è facoltativo. Il cellulare, i social, internet ci consentono di esserci senza esserci, o di sparire con un click.

Fuggire da sè è una grande tentazione. Trovare piccole sospensioni al dolore, allo stress, alle preoccupazioni. Riuscire a non sentire niente, come quando nell’acqua si fa il morto, galleggiare, dimenticandosi  di sè, per un po’.

Il mondo che abitiamo non è più una rete di valori che ci sostiene, con gli altri condividiamo semplicemente uno spazio, non c’è empatia e vera compassione. Sembriamo esistere quando ci indigniamo davanti ai fatti sconvolgenti della cronaca, ma la nostra voce è solo la risposta virtuale che ci sentiamo obbligati a dare alla nostra affiliazione ideologica. Abbracciamo una fede politica o religiosa per sentirci parte di qualcosa, e non riusciamo più a distinguere se pensiamo in un certo modo perchè facciamo parte di un gruppo, oppure facciamo parte di un gruppo perchè pensiamo in un certo modo.

Oggi affrontare la fatica del vivere è un fatto esclusivamente individuale. Ci sono modalità più o meno innocue di staccare dai problemi. Pascal chiamava divertissement, quel frenetico riempirsi le giornate di impegni, cose e persone, per arrivare allo sfinimento e alla dimenticanza di sè, che è, in fondo, il tessuto delle nostre vite in cui i pieni nascondono, ma non riempiono, i vuoti.

A volte questo meccanismo perfetto si inceppa. Un lutto, un abbandono, la perdita del lavoro rendono accettabile socialmente un ritiro parziale da se stessi. Il tempo scorre al rallentatore, diventa un’attesa senza oggetto e senza progetto, la sofferenza rende interminabili i giorni e le notti. La depressione è una sorta di ibernazione che consente di sopravvivere anche quando si è smesso di lottare. Tuttavia può essere una specie di camera di decompressione da cui ritornare più consapevoli e più forti.

Quando il male di vivere però incontra la vita di un adolescente, che non dispone ancora di una storia che gli consenta di circoscrivere il dolore, di relativizzare lo smarrimento, l’urgenza di fuggire da sè può diventare un viaggio senza ritorno.

Quando sei l’unica persona che non vorresti essere, la via di fuga non è morire ma non esserci, liberarsi di se stessi attraverso una sospensione, uno stato di coma ricercato da cui ritornare. Il consumo di alcol non è più, allora, ricerca di leggerezza ma di anestesia. Le serate più belle sono quelle in cui non si ricorda niente. L’esperienza dello sballo non è più la ricerca di sensazioni, bensì l’immediato tentativo di scomparire, attrazione estrema per la perdita di coscienza. Il diniego chimico di una realtà che non si riesce a sostenere. Le pratiche di giochi di asfissia, per strangolamento o compressione sino ad ottenere un collasso programmato, vanno tutte nella stessa direzione. Non è un caso che si senta parlare tanto e di nuovo di eroina. Se, infatti, gli adulti cercano nella cocaina il superamento del limite che consenta di accelerare la corsa, a cui sono chiamati, rendendosi omogenei alle richieste sociali, gli adolescenti fanno ricorso all’eroina per dire no al mondo, per sottrarsi, per sentire di meno, per scomparire.

La domanda che oggi non ci poniamo, impegnati in dibattiti strumentali e resi ciechi da mediocri ideologie, è se la vita ha margini di senso sufficienti per giustificare tutta la fatica che si fa per vivere.

Perchè se come società non siamo in grado di trovarlo questo senso, non saremo in grado di insegnare ai nostri figli il coraggio di affrontare le fatiche quotidiane e la passione di vivere.

Solo chi ha un perchè per vivere può sopportare ogni come. (Nietzsche)

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Informazioni su
Alessandra Pennetta

Mi chiamo Alessandra Pennetta, sono un'insegnante di Storia e Filosofia, divorziata, fidanzata. Ho due figli di 17 e 21 anni, una madre ottantenne, un bassotto pelo ruvido. L'idea di fare un blog nasce dal piacere di comunicare, di dare e ricevere consigli, di stare al mondo con una postura nuova, affrontando gli eventi in modo attivo, tonico, personale.

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