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In sano realismo

E’ una pessima abitudine idealizzare qualcuno, perchè poi finisce con il mancarci chi non è mai esistito. Nessuno, infatti, sopravvive al confronto con le aspettative altrui.

Passiamo la vita a cercare un senso di identità che sancisca il nostro essere unici e singolari all’interno di una configurazione sociale e affettiva che finisce, però, col condizionare inevitabilmente la nostra storia. Nel nostro percorso di crescita continuiamo a identificarci e differenziarci dalle figure di riferimento in un processo continuo di idealizzazione e delusione. Sembra quasi sia impossibile amare i genitori, i partners, i figli, gli amici senza questo continuo rincorrersi di emozioni, un attimo prima pieni e felici, l’attimo dopo svuotati e depressi.

L’idealizzazione è il meccanismo che usiamo per tenere a bada la realtà. Idealizziamo non tanto per supplire con l’immaginazione ciò che non sappiamo degli altri, ma perchè, proiettando sugli altri le qualità che sentiamo nostre o quelle che ci mancano, li rendiamo familiari e prevedibili. Abbiamo bisogno di rassicurazioni e l’illusione di conoscere a fondo chi ci circonda, ci serve per muoverci nel mondo, superando la paura. In filosofia questa proiezione si chiama alienazione. Porre fuori di noi le qualità che consideriamo essenziali, se da un lato ci porta a riconoscerci  immediatamente, ad un’istantanea empatia, dall’altro ci espone alla delusione, a quella sensazione di svuotamento e depressione che ci procura l’incontro con l’altro reale, così distante dall’immagine perfetta in cui l’avevamo recluso.

Accade quando siamo giovani con i genitori.

Valutiamo il loro amore per noi con il fatto che si attengano o meno all‘immagine perfetta che li abbiamo cucito addosso. Non possiamo pensare che sono loro ad essere imperfetti, più facile credere che siamo noi a non essere amabili.

E questa svalutazione di noi stessi viene amplificata dal senso di impotenza che viviamo nel sentirci vittime delle loro scelte. La maggior parte dei conflitti tra genitori e figli nascono dal leggere come mancanza d’amore i limiti caratteriali, esperienziali e umani di mamma e papà, dall’incapacità di accettare che siano anche, o talvolta soprattutto, un uomo e una donna.

L’infanzia che ci raccontiamo determina il resto della nostra vita. Più siamo portati ad enfatizzare gli accadimenti e le persone, più restiamo intrappolati nel passato. La realtà, infatti, sarà sempre più deludente di quel che avrebbe potuto essere, compresa quella relativa a noi stessi.

Molti restano invischiati in un‘eterna adolescenza, in un conflitto irrisolto con le figure parentali, dalla cui influenza non riescono a liberarsi, sia in positivo che in negativo; sia, cioè, quando ne cercano sempre l’approvazione, inseguendo l’ideale del bambino perfetto e perciò degno d’amore, sia quando il genitore diventa il parafulmine di tutte le insoddisfazioni e i fallimenti personali.

Viviamo in un mondo di orfani virtuali, se è vero che si diventa veri genitori solo quando si smette di essere eterni figli.

Idealizziamo tanto anche quando ci innamoriamo. Ma per amare veramente qualcuno dobbiamo fare i conti con la realtà, accettarne i limiti, metabolizzare la delusione.

Idealizzare ci serve a tenere sotto controllo la paura di non essere amati o di essere abbandonati.”Lui non farebbe mai una cosa del genere”…”Senza di me non fa un passo”…L’illusione di conoscere tutto di chi amiamo, di poterne prevedere i comportamenti, di essere indispensabili per la sua vita, preannuncia spesso la fine di un amore. Ci raccontiamo così tante bugie rassicuranti che dimentichiamo quanto sia salutare mettere un punto interrogativo davanti a ciò che diamo per acquisito e scontato, compresi noi stessi.

I cinesi usano la stessa parola per indicare crisi e opportunità. Spesso l’irrompere doloroso della realtà nel mondo colorato e immobile che ci siamo costruito può diventare una grande occasione, non tanto di conoscere gli altri che rimarranno comunque un mistero, cercheremo, infatti, di ricondurre i loro comportamenti nuovi e incomprensibili a quelli già noti, relativizzando o negando il cambiamento, ma di vedere più chiaramente in noi stessi. Scopriremo, magari, di essere capaci di reggere la frustrazione di essere amati meno di quanto amiamo, di essere in grado di perdonare chi ci ha tradito, di riuscire a mantenere uno sguardo amorevole su chi ci ha deluso.

Oppure no.

Si può affrontare la paura di vederci chiaro, ma bisogna avere il coraggio di tornare indietro, di ripercorrere le tappe che abbiamo saltato, senza prendere le false scorciatoie dell’illusione che ci hanno fatto perdere la direzione, e chiudere, una volta per tutte, i conti con il passato, senza trucchi e senza inganni. Con i propri genitori, con i propri amori, con i propri mostri.

 

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Informazioni su
Alessandra Pennetta

Mi chiamo Alessandra Pennetta, sono un'insegnante di Storia e Filosofia, divorziata, fidanzata. Ho due figli di 17 e 21 anni, una madre ottantenne, un bassotto pelo ruvido. L'idea di fare un blog nasce dal piacere di comunicare, di dare e ricevere consigli, di stare al mondo con una postura nuova, affrontando gli eventi in modo attivo, tonico, personale.

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